Zonin, il Presidente ignorante e i commissari indulgenti

Le risposte di Zonin davanti alla commissione parlamentare si possono sintetizzare in questo: Zonin era un presidente ignorante, nel senso che ignorava quasi tutto ciò che accadeva nella sua banca, ignorava perfino quello che molti sapevano anche all’esterno della sua Popolare.

Operazioni baciate, assunzioni di raccomandati o di illustri pensionati, assunzioni strumentali di uomini ex Bankitalia o GdF, concessione di finanziamenti anche elevatissimi senza le dovute garanzie, ecc., erano tutte cose che venivano decise in altri ambiti dai quali lui era escluso. A sentir lui, la carica di presidente della Banca era praticamente simbolica perché si limitava a convocare il consiglio di amministrazione e poco più.

Ma una domandina semplice si impone, e mi meraviglio che nessun commissario gliel’abbia posta a Zonin: se il suo ruolo era così marginale, per quale ragione si faceva elargire un compenso milionario? A sentire le fondi di stampa di questi mesi, pare che il presidente ricevesse un compenso annuale di oltre 1,5 milioni di euro. Solo per convocare il Cda?

E veniamo ai commissari, parlamentari della Repubblica che, prima di partecipare ai lavori avrebbero dovuto studiare bene le carte per poter presentare le domande giuste che, in realtà, non si sono sentite. Ne proponiamo solo alcune a titolo di esempio.

  • Se non contava nulla, perché il presidente “ignorante” ha dovuto cambiare in modo traumatico così tanti direttori generali? Ricordiamoli: dg Gentilini (con i suoi vice Bernardini e Schio); dg Santelli (con dirigenti apicali Icardi, Gallea); dg Grassano; dg Gronchi (che va e viene un paio di volte); dg Colombini e, infine, dg Sorato.
  • Visto che Zonin, anche se non contava nulla, presiedeva il Cda, perché ha consentito operazioni assolutamente inusuali per la Banca, e soprattutto per una banca con problemi di liquidità, come ad esempio: l’acquisto di Palazzo Repeta, ex sede della Banca d’Italia; l’acquisto dell’ex sede della Camera di Commercio (tramite la Fondazione Roi), entrambi senza progetto di destinazione; il coinvolgimento nei fondi del Finanziere Matta (di cui si è parlato abbondantemente sulla stampa)?
  • Come mai il suo Cda decideva l’acquisto di sportelli bancari, pagandoli profumatamente, proprio nelle aree dove la sua azienda vinicola (Zonin 1821) cominciava ad insediarsi?
  • Infine, nella sua qualità di presidente della Fondazione Roi, perché ha deciso di far comprare a quella Onlus 29 milioni di euro di azioni della Banca Popolare, proprio nel momento in cui la quotazione era al massimo (62,50) e c’era una lunghissima fila di azionisti che chiedevano di venderle, senza riuscirci?

L’elenco delle possibili sarebbe lungo, ma fermiamoci qua.

A questo punto, tralasciando i tecnicismi bancari e guardando al risultato sul piano sociale, la questione della Banca Popolare può essere così sintetizzata: da una parte ci sono decine di migliaia di persone danneggiate, alcune delle quali hanno perso proprio tutto al punto da non riuscire più a vivere; dall’altra ci sono i responsabili i quali, invece, continuano a vivere nella ricchezza accumulata anche attraverso i loro indegni comportamenti.

 L’ex presidente della Banca, Gianni Zonin, è l’emblema di questo risultato. In questi anni ha potuto ampliare il suo impero vinicolo, comprare tenute in Italia e all’estero, accumulare capitali e premi per quei risultati. Oggi si è formalmente liberato di quei beni trasferendoli ai famigliari al fine di mettere il patrimonio al riparo da eventuali (e, purtroppo, improbabili) condanne che lo intacchino. Ma accanto a lui c’è una lunga file di amministratori, revisori dei conti, dirigenti apicali, dirigenti pubblici addetti al controllo sulle banche, magistrati, politici, ecc., che hanno condiviso per anni una pesante responsabilità

In anni passati, mi è capitato di partecipare a qualche assemblea degli azionisti della Banca Popolare e non posso non ricordare il clima osannante verso il capo indiscusso che oggi vuole apparire come un presidente senza poteri concreti, quasi una vittima ingenua che ha scoperto di essere stata tradita da stretti collaboratori infedeli. Questa vicenda è un po’ il paradigma di questo nostro paese che ha la fortuna di avere un sacco di brava gente che lavora tenacemente ma che, quando si tratta di scegliere i vertici istituzionali, promuove personaggi che non meritano alcuna fiducia.

In questi vent’anni di presidenza del Cav. Gianni Zonin, con i suoi accoliti, alcune persone hanno avuto il coraggio di opporsi, di denunciare il suo modus operandi, di prevedere lo sfascio. Purtroppo non sono state riconosciute e valorizzare.

Ci resta solo la speranza di trarre un insegnamento per il futuro, e quella di vedere una Giustizia che non tradisca la sua missione e faccia emergere pienamente la verità dei fatti che sono chiari per chi vogli onestamente vederli.

Ubaldo Alifuoco

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