Replica a Cassese sul caso Baffi e Sarcinelli

Nell’articolo che pubblichiamo, l’economista Beniamino Andrea Piccone ricorda una vicenda di parecchi anni fa in cui il Governatore di allora della Banca d’Italia venne indegnamente attaccato perché stava facendo il suo dovere di controllore del sistema. Esattamente il contrario di quanto abbiamo visto oggi nel caso delle popolari venete.

In quegli anni mi occupavo di banche e ricordo benissimo la vicenda. 
Quanto scrive Beniamino Piccone è assolutamente vero. Come si fa ad accostare l’attuale azione della Banca d’Italia di Visco con quella di Baffi-Sarcinelli?
Questi erano due galantuomini messi sul banco degli imputati perché volevano smascherare le malefatte di alcuni “banchieri” che avvelenavano la finanza italiana. Se avessimo avuto oggi uomini così, la Banca d’Italia avrebbe certo gestito in modo differente le vicende come quella della Popolare di Vicenza.
Oggi, per salvare il Governatore Visco da un fisiologico ricambio, alla scadenza naturale del suo mandato, si è parlato di attacco all’indipendenza di Bankitalia. Quando, invece, si trattava di prendere atto di una serie di errori evidenti, di sottovalutazioni gravi che hanno consentito ai capi di alcune popolari di arricchirsi impoverendo decine di miglia di famiglie e imprese.
Agli attuali difensori (a sproposito) dell’indipendenza, bisogna rinfrescare la memoria e ricordare come l’attacco a Baffi fu veramente un tentativo di destabilizzazione indegno che provocò un capovolgimento delle parti, dove gli onesti vennero fatti passare per quelli da punire e i cialtroni per giudici.

Ubaldo Alifuoco


Sull’attualissimo tema dell’azione di vigilanza svolta dalla Banca d’Italia, pubblichiamo l’articolo dell’economista Beniamino Andrea Piccone

Il caso Baffi-Sarcinelli 38 anni dopo – Lettera al Corriere della Sera (non pubblicata), replicando a Sabino Cassese che criticava (sic!) le troppe ispezioni della Banca d’Italia

Il 21 ottobre scorso Sabino Cassese sul Corriere della Sera, in un editoriale “Sfiduciare la Banca d’Italia un veleno per le istituzioni”, criticava la mozione parlamentare del Pd, critica verso la Vigilanza della Banca d’Italia.

Nel chiudere il suo articolo, il prof. Cassese ritornava sul caso Baffi-Sarcinelli del marzo 1979, ma a sproposito. Mentre la Banca d’Italia oggi viene criticata per una vigilanza titubante, Baffi e Sarcinelli allora vennero presi di mira, attaccati, incriminati e defenestrati (Sarcinelliaddirittura arrestato) perchè vigilavano troppo bene e con incisività.

 

Sono tornato sulle mie amate Carte Baffi e ho trovato che in quegli anni Sabino Cassese non aveva capito quasi nulla. Ho quindi preso carta e penna e ho scritto (il 26 ottobre) al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana chiedendo di essere pubblicato (la lettera non credo uscirà mai).

Caro direttore,
Nell’editoriale Sfiduciare la Banca d’Italia un veleno per le istituzioni del 21 ottobre sul Corriere della Sera Sabino Cassese ricorda l’attacco giudiziario alla Banca d’Italia del 1979 con queste parole: “L’indiretta mozione di sfiducia nell’istituzione Banca d’Italia…rappresenta per essa una ferita persino maggiore di quella inferta nel marzo 1979 da una iniziativa di Andreotti e della Procura della Repubblica”.

Vorrei aggiungere, al fine di rinverdire la memoria dei fatti, che in quegli anni il prof. Cassese non capì in alcun modo il cambio di passo nella politica di Vigilanza adottata da Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, segnando una forte discontinuità con il governatorato di Guido Carli.

Infatti in un articolo sull’Espresso del 20 agosto 1978 – A via Nazionale il burocrate grida: ho vinto! – Cassese accusò la Banca d’Italia di non collaborare col sistema politico-amministrativo e di formalismo, poichè, a suo dire, la Banca d’Italia eccedeva – a seguito delle ispezioni nelle banche vigilate – nelle denunce alla magistratura. Così Cassese: “Nel 1975, queste [denunce, ndr] furono 67; nel 1976, 117; nel 1977, 59. Per gli anni che precedono [con Carli governatore, ndr], …si ha ragione di ritenere che il fenomeno fosse sconosciuto negli anni 1960 e fosse inferiore a poche decine dal 1970 al 1975… Ci si chiede se la Banca d’Italia non possa prevenire i reati [chissà cosa penserebbe di questa affermazione Ignazio Visco oggi, ndr]: essa deve indirizzare e governare il credito, non agire come una Procura della Repubblica o la Corte dei Conti del sistema creditizio”. Cassese non comprese l’importanza vitale delle ispezioni in loco, decisive per scoprire il malaffare. Sono state proprio le ispezioni all’Italcasse di Arcaini dell’agosto 1977 e al Banco Ambrosiano di Calvi nel 1978 – oltre alla contrarietà al salvataggio-papocchio della Banca Privata di Michele Sindona – a segnare – purtroppo – la fine del “duo inafferrabile” Baffi- Sarcinelli.

Non è un caso che Donato Masciandaro, direttore del Centro Baffi Carefin Baffi della Bocconi abbia definito Baffi il “Governatore della Vigilanza”. Fu proprio il cambio di rotta nelle politiche di Vigilanza che indusse la politica a reagire servendosi della peggiore magistratura romana (altro che “porto delle nebbie”, meglio definirlo “porto delle follie”). Lo storico Alfredo Gigliobianco scrive: “Baffi, insieme con Sarcinelli, contrastò i fenomeni degenerativi che si manifestavano in quegli anni, usando anche con efficacia e senza timori reverenziali lo strumento delle ispezioni”.

Cassese chiuse il suo ragionamento nell’agosto ’78 chiedendosi se la Banca d’Italia fosse “passata all’opposizione”. Intanto Baffi, ferito da Cassese, era già sotto indagine fin dal 7 aprile 1978, inizio del fantomatico “disegno criminoso”.

Cassese, a cui ho scritto allegandogli la lettera, mi ha risposto così: “Da quanto lei stesso scrive si evince che mi riferivo alla prassi di attivare le procure, non alla vigilanza in quanto tale”.

Gli acrobati sono una specialità italiana.

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