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Edifici abbandonati: vuoti a perdere a Vicenza

edifici abbandonatiEdifici abbandonati, contenitori vuoti: che farne?
Com’è noto da cronache più che decennali, Vicenza è  piena di “vuoti”.
Si tratta di edifici (a volte complessi edilizi di grandi dimensioni e quasi sempre storici) un tempo adibiti ad attività pubbliche poi cancellate o decentrate in nuovi contenitori periferici.
L’elenco sarebbe lungo, ripetitivo e inutile. Di conseguenza, il centro storico della città si è trovato svuotato di funzioni istituzionali, con conseguente abbandono anche di attività professionali collegate e perfino di residenza.

La tendenza continua in progetti, ad esempio comunali, che prevedono sempre nuove sedi decentrate per uffici, non esclusi quelli municipali. Tutto in nome di maggiore funzionalità, migliore efficienza e aumentata comodità legata a traffico e parcheggi.

Tutto bello; però restano i “vuoti”. Il problema di fondo è che questi edifici abbandonati non si sa come riempirli, cosa farne. Non che manchino le proposte, ma appaiono desolatamente ripetitive: quando non è un museo su tematiche evanescenti, è un albergo di lusso che non serve oppure un “centro culturale” non meglio specificato. Alla fine, gli immobili restano vuoti e decadono per mancata manutenzione oppure vengono riempiti di sedi di associazioni, in genere incapaci di pagare le spese e perfino di accordarsi su un utilizzo comune.

Un recente titolo sul Giornale di Vicenza riguardava la Fabbrica Alta di Schio e suonava così: mancano idee e soldi. Soltanto? Il resto pare ci sia, ma non si sa in cosa consista.

La soluzione è “vendiamo tutto” e col ricavato paghiamo (almeno in parte) le nuove costruzioni. Peccato che il mercato immobiliare sia in crisi e nessuno voglia comperare edifici poco funzionali e molto dispendiosi.

L’immagine “politica” gioca il suo ruolo. Far accettare dall’opinione pubblica una spesa di manutenzione è molto più difficile che annunciare un nuovo, magnifico palazzo con parcheggio adiacente o sottostante e tanti alberelli intorno.

Né vanno dimenticati i “Conservatori” delle cosiddette “belle arti” che, a volte, sono solo conservatori, senza maiuscola e virgolette. Già Guido Piovene nel suo famoso Viaggio in Italia invitava l’allora imperante prof. Cevese a togliersi l’idea che tutte le ville venete fossero salvabili con i criteri di totale rispetto vigenti allora come oggi.

Quindi, mancano idee e soldi. Servirebbero almeno le prime.

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