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La preghiera degli Alpini va bene così com’è

C’è un velo di ipocrisia che avvolge il contrasto di alcuni prelati vicentini verso l’Associazione Alpini sulla loro bella preghiera. Da moltissimi anni gli Alpini hanno la loro preghiera, essa non ha mai sollevato problemi di sorta, è stata a lungo recitata nelle chiese in occasione di moltissime cerimonie suscitando solo emozioni e sentimenti di pace e di cristiana pietas. Improvvisamente, a Vicenza e in qualche altra realtà del nostro paese, si punta il dito contro un passaggio in cui si chiede a Dio di “rendere forti le nostre armi”, e lo si bolla come esempio di violenza e aggressività incompatibile con l’insegnamento evangelico.

Ma questa è una interpretazione assolutamente ingiusta verso gli Alpini e verso l’ANA che di aggressività non ne hanno alcuna essendo il loro operare guidato da uno spirito concreto di solidarietà coerente con il Vangelo, e peraltro scarsamente diffuso in altri ambiti e associazioni.

Allora siamo di fronte ad un atteggiamento che richiede un chiarimento forte perché esso riguarda tutte le istituzioni e gli operatori della sicurezza che, nello svolgimento della propria attività, sono dotati di armi da utilizzare secondo precise regole che le destinano a difesa della comunità e, in particolare, dei più deboli.

Il punto è chiarire bene qual è la considerazione della Chiesa verso le nostre Forze Armate, che sono un organo costituzionale del quale gli Alpini fanno parte.

La nostra Carta costituzionale all’art. 11 enuncia un principio basilare secondo il quale “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli …”, e con l’art. 52 stabilisce che “La difesa della Patria e sacro dovere del cittadino”. Questo vuol dire che condanniamo ogni aggressione ma ci riserviamo il sacrosanto diritto di difenderci. Di conseguenza, si parla di “Forze Armate” come  organo costituzionale cui la comunità affida il compito di proteggere la nostra democrazia, i suoi valori, le persone che ne fanno parte.

Se si accetta la Costituzione, e quindi le sue istituzioni, non si può non riconoscere che il binomio militari ed armi è inscindibile perché in talune circostanze queste sono indispensabili. Servono per esempio a difesa dei nostri concittadini (cosa che Carabinieri e Polizia fanno ogni giorno, spesso a rischio della propria vita). Servono poi nel contesto internazionale quando le nostre formazioni militari sono nei teatri di crisi con il compito di proteggere le popolazioni locali, presidiare ospedali e scuole, ridare un po’ di speranza alle persone che sono minacciate, violentate da gruppi fanatici che si rivestono di idealità politiche o religiose ma che, in realtà, agiscono come e peggio di bande criminali.

Quando si svolgono compiti come quelli richiesti ai nostri militari, le armi sono parte della mission e, fuori da ogni ipocrisia, nessuna persona di buon senso può sostenere che quel compito loro affidato possa svolgersi disarmati. Ricordiamo che negli anni recenti i nostri ultimi papi hanno invocato l’intervento delle “forze armate” per proteggere le comunità cristiane dagli attacchi del terrorismo sanguinario che ha massacrato migliaia di innocenti.

Allora, nella ricerca di una cultura di pace, il punto vero non sono le armi in dotazione ai nostri militari ma l’utilizzo che se ne fa, il mandato che ad essi si affida.  Le truppe hanno cappellani militari che le assistono, che celebrano le messe al campo, a molte di queste cerimonie ci sono reparti inquadrati che, al momento dell’elevazione, presentavano le armi in segno di devozione.

Allora perché umiliare gli Alpini per un passaggio della loro preghiera che va inteso come richiesta di protezione per lo svolgimento del proprio mandato. L’invocazione a Dio è infatti quella di renderli forti nel ruolo di difensori del diritto, della pace, che oggi è svolto con grande capacità dai nostri reparti.

Paradossalmente, questa posizione di alcuni prelati avrebbe avuto un senso nelle guerre del passato, caratterizzate da intenti sempre in gran parte aggressivi, quando i cappellani cristiani benedivano truppe e armi di entrambi i fronti contrapposti. Ma non hanno alcun senso oggi che l’impiego militare italiano è assolutamente diretto a compiti di pacificazione. La stessa formazione cultuale dei nostri ufficiali, sottufficiali e truppe è completamente cambiata e l’aggressività non sta di casa dove ci sono persone in divisa. Gli Alpini poi sono l’emblema del servizio alla comunità. Rendere forti le loro armi significa essere al loro fianco, condividere e apprezzare i compiti che svolgono su mandato del nostro Parlamento democraticamente eletto.

Ubaldo Alifuoco

Mario Giulianati

Dino Menarin

 

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