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Ritorna a Vicenza il tema/problema del Museo d’Arte Moderna

Riportiamo quanto apparso tra le “Lettere” del Giornale di Vicenza a firma di Mario Giulianati a proposito dell’idea di dar vita a Vicenza di un Museo d’Arte moderna e contemporanea e la ripresa di Mario Giulianati dopo il commento del vicesindaco


Ritorna a Vicenza il tema/problema del Museo d’Arte Moderna (da Il Giornale di Vicenza del 30 gennaio 2017)

conferenza giardini salvi 06-05-16

Alcuni giorni fa, sulla stampa locale è stata riproposta la richiesta di mettere mano alla creazione di un Museo d’Arte Moderna e Contemporanea da parte di Francesco Rucco.

Rucco, capogruppo in Consiglio Comunale di “Idea Vicenza”, è stato sollecitato dalla lettura di una dichiarazione del vicesindaco che proponeva di realizzare il museo entro un ex hangar posizionato all’interno del Parco della Pace, l’ex Campo di Aviazione Dal Molin. Una tesi che il Critico d’Arte, prof. Giuliano Menato, sul Giornale di Vicenza liquida come “idea balzana e illogica che si scontra con la volontà di rivitalizzare il centro storico.

Volontà che, in realtà, questa Amministrazione non ha finora mostrato di portare a concreta attuazione. Piuttosto l’intento, abbastanza evidente, sarebbe quello di allontanare dal Centro città dei servizi per sostituirli con alloggi di alto livello. Ma queste sono linee politiche che spettano al dibattito consiliare affrontare.

Personalmente sposo, anche per motivi storici, le tesi di Rucco e di Menato. Ma per meglio inquadrare il tema, merita fornire una breve storia di come nasce e non si sviluppa l’idea del Museo, partendo da quello che può essere utilizzato e come, in un museo del genere nella specificità vicentina. Partiamo dalle collezioni presenti nel museo Chiericati: ne cito tre ma vi sono nei depositi, salvo che non abbiano visto la luce assai di recente, non poche opere interessanti. Penso a Ubaldo Oppi, Attilio Polato, Nerina Noro, Otello De Maria, Ugo e Neri Pozza, Luci Sonda, Romano Lotto, Nereo Quagliato, Laura Stocco, Giorgio Peretti, Adriana Marchetto, Anna Saugo, Silvio Lacasella, Pompeo Pianezzola, Tasca, Angelo Montagna (quest’ultimo verso la fine degli anni ’30 ha donato al Comune un’opera che pare sia introvabile) , Mina Anselmi ,Salvatore Turria, e altri ancora. Oltre a fotografi eccellenti: per citarne alcuni, Attilio Pavin, Andrea Lomazzi , Franco dalla Pozza, presenti nel maggior museo di Francia, oltre che in collezioni importantissime. Ne ho citati alcuni ma certamente ve ne sono molti altri artisti, vicentini e non vicentini che hanno a lungo operato a Vicenza. Tre collezioni dicevo, solo quale esempio, sono indicative per poter iniziare a parlare di un deposito di opere d’arte importante: la Donazione Neri Pozza, la recentissima Donazione Alessandro Ghiotto, la Donazione del corpo intero delle incisioni di Ernesto Lomazzi, un grandissimo incisore non vicentino di nascita, ma legatissimo alla nostra Vicenza. In aggiunta non mancherebbero di certo i prestiti in comodato d’uso temporaneo di collezionisti privati vicentini. Un tempo assai lontano, direttore del Museo era Gino Barioli, si allestì una mostra del collezionismo vicentino, e fu una grande mostra. Non credo che tutte queste collezioni siano andate disperse; anzi è probabile che si siano ampliate. Poi, come si usa ormai da tempo, esiste lo scambio con altre realtà museali e credo che Vicenza possa essere un interlocutore credibile. Perché un museo, moderno nella sua filosofia e nella sua utilizzazione pratica, non è semplicemente un numero più o meno numeroso di pareti alle quali appendere delle opere. E’ un luogo di conservazione certamente, fattore prioritario, ma anche di insegnamento, quindi di mostre didattiche, di studio, di ricerca e di analisi, di incontro e di dialogo. Di conseguenza necessita di una struttura articolata, facilmente raggiungibile, frequentabile liberamente entro i limiti della sicurezza. Dinamica e nel contempo molto tutelata e protetta. Non può essere un “divertimento” di qualche improvvido personaggio desideroso di apparire, ma un museo, qualsiasi autentico museo, è una macchina complicata e delicatissima, non è esclusivamente un’esposizione ma anche un laboratorio. E la scelta del luogo dove realizzarlo, ove fosse possibile, va meditata attentamente. Era il 1988 (14 dicembre) quando il Giornale di Vicenza in qualche misura portava alla luce, in poche righe all’interno di un più corposo testo, il tema del Museo d’Arte Contemporanea. E sempre il quotidiano locale ne faceva un altro accenno poco dopo, alla presentazione della mostra della Donazione Neri Pozza. E siamo nel Maggio del 1989. In precedenza l’Assessorato alla Cultura aveva chiesto all’Architetto Renato Michieli un progetto di fattibilità posizionando il museo ai Giardini Valmarana-Salvi. Un lavoro interessante e, per la sua caratteristica puramente indicativa, preciso e puntuale, offerto gratuitamente dal professionista. Da qualche parte in Amministrazione dovrebbe trovarsene una o più copie. Purtroppo, sempre il Giornale di Vicenza, l’11 febbraio 1991 sopra titolava un articolo dedicato al museo “Il museo d’arte contemporanea sempre più lontano” anche se tutta l’operazione, con una spesa di circa 12 miliardi di vecchie lire, sarebbe stata sostenuta dal FIO. Prima apparizione del “folletto malizioso”. Anni dopo, tra il 1995 e il 1999 se non erro, alla semplice indicazione dell’area dei Giardini Valmarana-Salvi era seguita una proposta di alto interesse dell’Associazione Industriali, Presidente Pino Bisazza, D.g. Dino Menarin. Una proposta che entrava nel vivo della vicenda, dando indicazioni precise dell’uso di ogni manufatto e, se ricordo bene, assumendosene le spese. Cosa questa per niente trascurabile, ma purtroppo ancora abbandonata. Un grave errore della Amministrazione dell’epoca, probabilmente irreparabile. Seconda apparizione del “folletto malizioso”. Nel 1995 due laureandi vicentini, Raffaella Gianello e Stefano Notarangelo, presentarono una tesi all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia proprio su questo tema. Cito questo fatto a dimostrazione dell’interesse che esiste in Città. Più di recente, nel 2005, sindaco Enrico Hüllweck, il tema venne riproposto da Sante Sarracco, Mario Bagnara, Gianfranco Dori, Livia Coppola, Luca Milani, e altri consiglieri comunali di cui non rammento con certezza il nome. Ma anche in questo caso il “folletto malizioso” vicentino fece in modo che   la cosa cadesse nel silenzio. Ora se ne sono fatti carico Rucco e Saracco, con l’aggiunta di Menato. E hanno fatto bene, fosse solo perché la nostra Vicenza città bellissima non perda la memoria della sua autentica vocazione che non risiede nel far rumore ma nel costruire una autentica crescita culturale e civile.

Mario Giulianati


Il Giornale di Vicenza riporta la posizione del vice sindaco sig. Bulgarini D’Elci, assessore alla (de)crescita di Vicenza, relativamente alla ipotesi di un museo d’arte contemporanea da realizzarsi in città nel complesso che sia affaccia ai Giardini Salvi.

Il sig. Bulgarini non contesta affatto nel contenuto l’ipotesi sopracitata ma si limita a dire “Un museo d’arte contemporanea a Vicenza? Sarebbe una pazzia”
E prosegue “Ciò che accomuna queste posizioni (quella dell’avv. Francesco Rucco, del critico d’arte prof. Giuliano Menato e modestamente quella mia, ignorando che moltissime personalità dell’arte negli ultimi trenta anni si sono pronunciati proprio a favore di un museo a Vicenza dell’arte contemporanea compresa la Confindustria) è il punto di partenza, che nasce da una prospettiva a mio avviso sbagliata.
Semplicemente perché questa città non ha bisogno di un museo d’arte contemporanea”

Naturalmente dissento da questa “interpretazione bulgariniana” ma tralascio, per ora, una analisi specifica sull’atteggiamento di un pubblico amministratore che si assume la responsabilità di decidere che cosa serve o non serve alla crescita di Vicenza, per limitarmi a comprendere quale sia la autentica ragione della presa di posizione.

Una ragione che ritengo di poter individuare la fornisce il giornalista nello stesso articolo Gian Marco Mancassola – un professionista autentico – che racconta […] lo stabile affacciato sul giardino Salvi sembra indirizzato ad entrare nel domino delle valorizzazioni urbanistiche collegate al Fondo immobiliare allo studio di Palazzo Trissino: se dovesse decollare il futuro della ex Fiera non sarebbe più quello di polo culturale, ma di spazio privato per ospitare negozi e ristoranti, come ipotizzato nello studio di fattibilità […]

Interessante e illuminante. Quindi all’assessore alla (de)crescita interessa di più vendere il patrimonio immobiliare importante e in gran parte anche storicamente significativo, di proprietà certo del Comune ma dell’intera comunità vicentina (tanto per citarne un paio di altri immobili giudicati vendibili, i negozi e altro appartenenti al complesso di Palazzo Trissino, il Palazzo del Territorio parte importante del complesso del Teatro Olimpico e della storia della nostra città) che aiutare la crescita culturale e sociale di Vicenza.

Mario Giulianati

 

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