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Una minestra riscaldata, la tragedia del Teatro Olimpico

ciclo-classici-teatro-olimpico-vicenzaLeggo ancora una volta la stucchevole discussione politica sui risultati dell’ultima stagione olimpica e di cui Giulianati ha lodevolmente scritto su “Pervicenza”.

Niente di nuovo sotto il sole per me e per molti di noi, solo che una volta (ai nostri tempi) non c’era il teatro di viale Mazzini nel quale oggi ci potresti fare qualsiasi esperimento di teatro o di teatro musicale senza problemi, entrando magari anche con un tir sul palcoscenico per dimostrare che Agamennone era partito per Troia con i tanks e la sussistenza.

Fare questo all’Olimpico da parte di un regista per dimostrare che cio’ sia voler attualizzare una tragedia vuol dire assicurarsi la celeberrima frase di Fantozzi dopo la visione del film sulla celebre corazzata. Come mi sembra altrettanto ingeneroso dire che quando si perde una guerra la colpa sia solo dei combattenti e non anche della strategia rovinosa del comandante.

Purtroppo l’assessore alla “crescita” non ha memoria storica del teatro, ha solo la supponenza culturale di molti politicanti che in materia culturale credono sia lecito tutto, basta affidarsi all’ultimo regista straniero famoso, tanto garantisce lui il risultato. Il che non lo è viste anche le molte critiche sulla stagione dello scorso anno in cui sono state chiamate ad esprimersi persino le autorità religiose.

Dicevo memoria storica perché nel lontano 1972 un importante convegno promosso dall’Accademia Olimpica ha dato un inequivocabile verdetto su quello che sarebbe meglio fare e non fare nel contesto del teatro palladiano: appunto teatro elisabettiano allargato magari a pochi altri autori classici (es. Alfieri, Racine ecc.).

Un lascito che considero appropriato ma che non è stato mai seguito appunto perché di teatro ne avevamo uno solo. Voglio ora fare un parallelo ingeneroso per noi. Il Teatro Olimpico è stato edificato quattordici anni prima del celeberrimo Globe Theatre di Londra, nel quale operava un certo William Shakespeare, o meglio un certo Guglielmo Scrollalancia, tanto che oggi non ci sono dubbi che William sia italiano…solo gli inglesi lo credono ancora.

Ebbene il Globe vive della sua memoria, il Teatro Olimpico no…sopravvive a stento con l’ospitalità di compagnie e di artisti. Il Globe vive perché ha una compagnia, ha degli artisti che vivono con la figura del grande drammaturgo, allestisce spettacoli che porta nel mondo e che sono uguali nella parola, nei costumi, persino con i requisiti tecnici di quel tempo, vale a dire senza luci o meglio con luce fissa.

Gli spettatori stanno in piedi ancora oggi in platea, da noi fortunatamente stanno seduti. Bene pensiamo allora a un nuovo futuro di questo spazio teatrale, a creare una compagnia in cui parola, musica e danza convivano, in cui ci sia una direzione artistica che viva la nostra città, che difenda e diffonda lo spirito palladiano del teatro, che negli allestimenti non cerchi di reinventarsi ogni volta lo spazio palladiano disegnando scenografie improbabili che mortificano il proscenio o che addirittura lo escludano alla vista dello spettatore.

Il rapporto fra gli autori elisabettiani e la cultura italiana furono talmente ricchi che questo potrebbe essere la missione futura del nostro spazio.

Termino col dire che negli anni ottanta un piccolo gruppo di turisti inglesi venuto per assistere ad uno spettacolo dell’Olimpico se ne sia uscito all’intervallo e a domanda sul perché ricevetti la seguente risposta: abbiamo percorso centinaia di kilometri per assistere ad uno spettacolo che potrebbe essere allestito anche nel mio teatro sotto casa.

Era in scena un classico rivisitato… Se seguissimo questi suggerimenti.
Ovviamente questo è un mio punto di vista e molto altro si potrebbe dire.

Bruno Lucatello

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