Ispettori, magistrati e Gdf: ecco la rete di protezione della Popolare di Vicenza

zonin-bpviLa vicenda della Banca Popolare è troppo importante per lasciarla scorrere come un normale infortunio accaduto a una parte consistente della nostra comunità. Essa non nasce dal caso o da malefici complotti orditi in sede europea per danneggiare il nostro paese. Alla base del disastro ci sono comportamenti gravi, consapevoli, che hanno prodotto arricchimento di pochi e impoverimento di molti. La Magistratura vicentina ha il dovere di fare giustizia e, in attesa della conclusione dell’inchiesta, di dare concreti segnali alle vittime e agli indagati che nessun reato resterà impunito, e che i colpevoli non potranno far conto su espedienti e scappatoie, e soprattutto che non ci si presterà a manovre frenanti che affidino tutto alla prescrizione. Sarebbe veramente una grave responsabilità per chi ha il dovere di assicurare giustizia.

Pubblichiamo integralmente un articolo di Repubblica che delinea un quadro chiarissimo mettendo in fila le responsabilità private e quelle di pubbliche istituzioni.

Se tutto questo verrò confermato, siamo di fronte ad uno scandalo storico che, oltre all’inchiesta giudiziaria, richiede anche un intervento del Governo per scardinare alla base l’intreccio perverso che lega i controllori ai controllati. Solo così potrà tornare la fiducia che è l’elemento basilare per consentire al risparmio di tornare a finanziare gli investimenti di cui l’Italia ha assoluto bisogno.


da La Repubblica

 Ispettori, magistrati e Gdf ecco la rete di protezione della Popolare di Vicenza – Tutti i segnali del crac ignorati da Bankitalia e pm. E oggi 118 mila risparmiatori chiedono giustizia

Li chiamavano “i pretoriani”. E anche se nessuno lo ha mai esplicitato, nei corridoio della Popolare di Vicenza tutti intuivano quale fosse la loro missione: controllare i controllori. Adesso dicono che questa è sempre stata l’idea fissa di Gianni Zonin, presidente della banca dal 1996 allo scorso 23 novembre. E’ stato lui, già celebre come re dei vini, a segnare l’ascesa e la caduta di questo istituto, che dal Veneto si è esteso in tutta Italia con 5 mila dipendenti e 482 filiali.

Un castello di carte ridotto in cenere, bruciando in pochi mesi 6,2 miliardi di euro e lasciando sul lastrico 118 mila soci che avevano investito i loro risparmi in azioni passate dal valore di 62,5 euro a dieci centesimi. Il 2 giugno le vittime del crac hanno manifestato davanti alla villa di Zonin, chiedendo alla magistratura di sequestrarla. Ma ufficialmente non è più sua, perché si è liberato di ogni proprietà, forse pronto a trascorrere la vecchiaia nei suoi possedimenti esteri. Il crollo è stato rapidissimo mentre le indagini dei pm che lo hanno scalzato dal vertice dell’istituto sono lente, tanto da non prevedere sviluppi prima dell’autunno.

Eppure nel corso degli anni i campanelli di allarme sulla solidità della banca, che sponsorizzava squadre sportive e finanziava film da Oscar come la “Grande Bellezza”, non sono mancati: dal 2001 al 2014 ci sono stati esposti, ispezioni di Bankitalia e due inchieste della procura che avrebbero dovuto approfondire proprio gli elementi poi rivelatisi determinanti nello sgretolamento del forziere vicentino. Ad esempio, secondo quanto accertato dalla Bce negli anni passati, la crescita di BpVi che nel ventennio di Zonin ha portato all’acquisizione di Banca Nuova e Cari Prato è stata sostenuta imponendo ai soci l’acquisto di azioni della stessa banca come condizione necessaria per la concessione di prestiti.

Una pratica denunciata da gruppi di piccoli risparmiatori già agli esordi della presidenza di Gianni Zonin. «Sin dall’inizio il suo intento era mettere al riparo la Popolare di Vicenza da verifiche e guai giudiziari – dice Renato Bertelle, avvocato di Malo, presidente dell’associazione nazionale azionisti BpVi -. Come lo ha fatto? Con nomine e assunzioni. Ha creato una rete di protezione, per evitare che franasse tutto. Ha cercato di mettere a libro paga quelli che potevano dargli fastidio, o i loro capi. E in molti casi ce l’ha fatta».

Non è un caso che fra le prime iniziative del nuovo amministratore delegato Francesco Iorio ci sia stata la sostituzione dei “pretoriani”, arruolati ai vertici delle istituzioni che avrebbero dovuto tenere sotto controllo la banca. Porte girevoli che hanno permesso di passare dai ranghi della magistratura, delle Fiamme Gialle, di Bankitalia a quelli della Popolare. Le inchieste avviate dalla procura di Vicenza sulla gestione di BpVi fino a oggi sono state affossate da archiviazioni, prescrizione dei reati e sentenze di non luogo a procedere, arrivate dopo anni dall’apertura dei fascicoli.

Un ventennio di occasioni sprecate. «La cosa che fa più male, vedendo i soci che hanno perso tutto, è che già nel 2001 le crepe erano visibili – sottolinea Antonio Tanza, avvocato e vice presidente dell’associazione Adusbef, che prima del 2008 aveva presentato 19 esposti contro gli amministratori vicentini -. E sono quelle stesse crepe che si sono allargate fino a provocare il crac». L’epilogo è stato il salvataggio da parte di Fondo Atlante, costretto a rastrellare per 1,5 miliardi tutte le azioni della banca, dopo il flop della sottoscrizione di capitale. «È assurdo che si sia arrivati a tanto. Le premesse del disastro erano chiare quindici anni fa», conclude Tanza.

Nel 2001 Bankitalia dispone un’ispezione sulla Popolare di Vicenza, la prima da quando Zonin è presidente. Al centro degli accertamenti, i criteri con cui la Popolare ha valutato le azioni. Gli ispettori, al lavoro da febbraio a luglio, concludono che il valore di 85.196 lire (44 euro) era “poco oggettivo”. E che la banca, nonostante si fosse all’inizio della presidenza Zonin, era già caratterizzata da un “modello gestionale verticistico che limita l’attività del cda”. Unico oppositore di Zonin in consiglio di amministrazione è l’avvocato Gianfranco Rigon, che nel 1999 lascia la vicepresidenza.

A suo dire, «il ruolo presupponeva sudditanza alla autoritaria e autocratica gestione di Zonin ». Già allora c’è un episodio illuminante, sottolineato dall’avvocato Bertelle: «La storia sembra incredibile, ma è agli atti dell’inchiesta milanese su Antonveneta. Nicola Stabile, che nel 2001 era nel team ispettivo di Bankitalia, riferì di avere ricevuto un invito da Zonin a trascorrere le vacanze in una sua tenuta nel Chianti». Non solo. Luigi Amore, funzionario della Vigilanza di via Nazionale che ha firmato quella verifica, sarà poi chiamato alla Popolare come responsabile dell’Audit.

Allo stesso modo Andrea Monorchio, dopo tredici anni come Ragioniere generale dello Stato, sarà nominato nel cda di BpVi fino a divenirne vicepresidente nel 2014. L’uomo che ha arbitrato i bilanci del Paese diventa una sorta di ambasciatore di Zonin nei palazzi romani del potere. Le segnalazioni che hanno dato il via all’ispezione della Banca d’Italia finiscono sui tavoli della procura di Vicenza, che nello stesso 2001 apre un’inchiesta. Zonin viene indagato per falso in bilancio. Secondo gli esposti, gli amministratori avrebbero fatto sparire dal rendiconto del 1998 quasi 58 miliardi di lire di minusvalenze, frutto dell’acquisto di derivati.

All’attenzione dei pm vicentini vengono portate anche alcune operazioni immobiliari intraprese dalla banca nel 1999 con la società Querciola Srl diretta da Silvano Zonin, fratello di Gianni. L’istituto avrebbe pagato affitti per un valore eccessivo, con danno per i soci. L’allora procuratore capo, Antonio Fojadelli, avoca a sé il fascicolo. Esperto in criminalità organizzata – aveva guidato le inchieste sulla mala del Brenta – chiede l’archiviazione.

Il gip Cecilia Carreri respinge la richiesta e ordina l’imputazione coatta per Zonin. Ma nel 2005 la giudice viene travolta da uno scandalo dai contorni oscuri, nato dalla pubblicazione di una sua foto sul giornale locale. Per Zonin la vicenda si chiude con una sentenza di non luogo a procedere. Fojadelli nel 2011 lascia la magistratura e tre anni dopo Zonin lo chiama nel cda della Nord Est Merchant, detenuta da BpVi. Direttamente dalla guardia di finanza arriva invece Giuseppe Ferrante, ex capo del nucleo di polizia Tributaria di Vicenza, già dal 2006 responsabile della direzione Antiriciclaggio della banca. Anche l’avvocato Massimo Pecori, figlio di uno dei pm di punta della procura cittadina, ottiene incarichi per l’istituto.

Ma, come spiega lui stesso, la Popolare «ha centinaia di legali sotto contratto». L’istituto di Zonin infatti è il simbolo stesso della ricchezza in un NordEst che all’epoca non conosce crisi. Adusbef il 18 marzo 2008 segnala a Bankitalia e alla procura di Vicenza “il ricorso illegittimo da parte della Popolare al prestito obbligazionario subordinato per reperire 220 milioni dei complessivi 950 di rafforzamento patrimoniale” e denuncia “il valore inverosimile della quotazione azionaria“. Per la prima volta, si fa riferimento a “metodi estorsivi per diventare azionisti, pena la mancata concessione di prestiti, mutui, fidi”, ipotesi alla base delle attuali inchieste aperte dopo il crollo.

Nel 2008 il procuratore di Vicenza è Ivano Nelson Salvarani. L’inchiesta viene affidata al pm Angela Barbaglio, che il 15 aprile 2009 chiede archiviazione, “non ravvisando credibili ipotesi di reato”. Il 21 aprile l’ufficio del gip di Vicenza chiude il fascicolo senza nemmeno comunicarlo ad Adusbef. Intanto, Zonin rafforza la fortezza attorno alla banca, continuando ad arruolare magistrati e uomini di vertice delle istituzioni bancarie. Già alla fine del 2008 arriva Mario Sommella, assunto come addetto della Segreteria generale dell’istituto, lo stesso ruolo che aveva ricoperto in Banca d’Italia.

Luigi Amore e Mario Sommella non sono gli unici uomini di vertice di Bankitalia ad approdare a Vicenza. Nel 2013 Zonin ingaggia alle relazioni istituzionali di BpVi Gianandrea Falchi. Già membro della segreteria quando governatore era Mario Draghi, aveva condotto una seconda ispezione sulla Popolare di Vicenza, i cui risultati costituiscono la spina dorsale dell’attuale inchiesta della procura di Vicenza sulla gestione Zonin. Nel dicembre 2012 la verifica si conclude con un verdetto “parzialmente sfavorevole” e senza sanzioni.

Come “ambiti di sofferenza” viene indicata la valutazione dei cespiti ricevuti a garanzia dei crediti. Quello che la verifica non mette in luce fino in fondo è il cuore del problema: il meccanismo della concessione di finanziamenti in cambio dell’acquisto di azioni della banca, che sarà reso esplicito solo quindici mesi dopo dall’intervento della Bce, con i conti ormai irrimediabilmente compromessi. Nel 2012 Zonin appare ancora forte, come il gruppo che guida. Da un anno il prezzo delle azioni è fissato a 62,5 euro e il numero dei soci (che nel 2008 erano 60mila) lievita.

È in quei mesi che il cda di Banca Nuova istituto con 100 sportelli in Sicilia, creato nel 2000 a Palermo da BpVi – nomina come consigliere indipendente Manuela Romei Pasetti, già presidente della Corte d’Appello di Venezia, competente sul territorio di Vicenza. «Zonin, come sempre nella sua vita, ha fatto le cose in grande anche quando si è trattato di comporre i cda di fondazioni e controllate – dice l’avvocato Bertelle – verso la fine della sua avventura in banca, aveva così tanto potere da portarsi in casa prefetti e diplomatici». Il prefetto è Sergio Porena, rappresentante degli Interni a Vicenza fra il 1989 e il 1991, e già probiviro di BpVi.

Zonin gli apre le porte del cda della Fondazione Roi, di cui lui stesso è presidente. Il diplomatico è Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, ingaggiato da Zonin come vice presidente di Nord Est Merchant Due, società di risparmio gestito di BpVi. Nulla di straordinario. In centri di provincia come Vicenza, Arezzo, Treviso, Chieti, Ancona, Ferrara gli istituti locali erano il cuore della ricchezza e del potere, elargivano finanziamenti, incarichi e offrivano prestigiose poltrone. In ogni città si è ripetuto un copione simile, con controllori incapaci di riconoscere i segnali del crollo. E adesso il prezzo di quella grande illusione lo pagano migliaia di risparmiatori.

Senza che nessuno si ponga il problema di cambiare le regole e creare meccanismi più efficaci di vigilanza. Una settimana fa, durante la visita di Sergio Mattarella ad Asiago, un gruppo di azionisti della Popolare di Vicenza, una rappresentanza dei tanti che hanno visto il valore dei loro investimenti passare da 62,5 euro ad azione a soli dieci centesimi, gli ha consegnato un appello: «Siamo stati educati a rimboccarci le maniche e lavorare ancora di più per ricostruire quanto abbiamo perduto, ma non vogliamo sentire denigrare o irridere la nostra operosità. Vogliamo giustizia, vogliamo che i responsabili di questo tracollo siano messi di fronte alle proprie responsabilità».

Soci privilegiati nel mirino ma l’indagine va a rilento – Sicuramente si andrà oltre l’autunno Il procuratore: carenze di organico

Chiarire le responsabilità di una ventina di “soci privilegiati”. Una ristretta cerchia di clienti vicini al vertice di BpVi, che si sarebbero arricchiti mentre i piccoli venivano travolti dal crollo delle azioni della banca, offerte come condizione per ottenere finanziamenti. È il nuovo filone dell’inchiesta della procura vicentina sulla Popolare di Vicenza, a cui si affiancano quelle aperte a Udine e Prato. L’estensione dell’indagine ai soci, a cui BpVi offriva titoli con la garanzia che li avrebbe riacquistati a prezzo maggiore, è oggi una “ipotesi di lavoro”.

Ma presto i nomi dei clienti potrebbero finire nel fascicolo che il procuratore Antonino Cappelleri ha affidato ai pm Luigi Salvadori, Gianni Pipeschi e Alessandro Severi arrivato in rinforzo da Venezia. A Vicenza gli indagati sono sei, tutti ex uomini di vertice di BpVi, che nel frattempo hanno lasciato o sono stati rimossi. Oltre al presidente Gianni Zonin e al direttore generale Samuele Sorato, i vicepresidenti Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta, e i consiglieri Giovanna Dossena e Giuseppe Zigliotto. Le ipotesi di reato sono ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio, cui potrebbero aggiungersi il falso in bilancio e l’associazione per delinquere.

L’inchiesta, condotta dalla guardia di finanza vicentina e dal nucleo Valutario di Roma, ha al centro 974 milioni di euro di finanziamenti concessi per acquistare titoli della stessa banca, non iscritti tra le passività dei bilanci 2012, 2013 e 2014. Mentre il numero di esposti per truffa supera soglia 1.500 – pochi, visto che sarebbero 118mila i soci danneggiati dal crollo delle azioni da 62,5 euro 2014 a dieci centesimi – arrivano le denunce di società che sarebbero state «costrette con la minaccia» ad acquistare azioni BpVi. In questi casi i pm potrebbero contestare l’estorsione, come già fanno le procure di Prato e Udine.

L’inchiesta friulana nasce da una decina di denunce per truffa di soci. In almeno due casi, «si riscontrerebbero dinamiche estorsive», dice il procuratore di Udine, Antonio De Nicolo. E aggiunge che gli atti dell’inchiesta, affidata al pm Elisa Calligaris, «potrebbero in futuro essere trasferiti a Vicenza». L’inchiesta toscana riguarda invece i danni subiti da alcuni dei 3.358 pratesi divenuti soci della banca dopo che BpVi ha acquisito Cari Prato. Il meccanismo è il solito: acquisto di titoli come condizione per ottenere prestiti. L’indagine per truffa ed estorsione, coordinata dal procuratore Giuseppe Nicolosi e affidata ai pm Laura Canovai e Lorenzo Boscagli, ha portato al pignoramento di documenti nelle filiali.

Se le inchieste di Udine e Prato avanzano, a Vicenza i lavori vanno a rilento. La procura esclude di chiudere prima dell’autunno. Vale a dire, un anno dopo le perquisizioni del settembre scorso, ultimo atto “visibile” dell’inchiesta. Il procuratore denuncia l’inadeguatezza dell’organico. Fino a oggi, per ogni esposto si è aperto un fascicolo. La riunione sarà fatta solo prima della chiusura. Lo scorso 20 aprile il sindaco di Vicenza, Achille Variati, ha denunciato al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, «carenze di personale in procura ». Si attende risposta.

L’esilio di Zonin? Nella villa friulana

Lo cercavano in Sudafrica e negli Stati Uniti. Invece il rifugio che Gianni Zonin si è scelto per fuggire alla bufera che ha travolto BpVi è a Terzo d’Aquileia, paese di tremila abitanti in provincia di Udine. Il re del vino si è ritirato a Ca’Vescovo, tenuta ristrutturata e trasformata in fortezza, con siepi alte tre metri, telecamere, vetri anti sfondamento e un’auto dei carabinieri di ronda. In paese Zonin è stato visto l’ultima volta due giorni fa. Esce poco, va a messa, torna a casa. Lui e l’autista, senza scorta. «Lasciatelo in pace, è un pensionato », dicono i terzesi che lo hanno adottato.

Gente schiva, che vive di vino (di cui Zonin è il maggiore produttore nella zona) e per tutto l’anno prepara la sagra della zucca di ottobre. “Il dottore”, come lo chiamano a Terzo, a 78 anni si è spogliato dei ruoli nelle società di famiglia, forse per metterle al riparo da possibili sequestri e confische. La Zonin 1821, fra le maggiori imprese vinicole europee, è ormai in mano ai tre figli. Nel 2015 ha fatturato 186 milioni, in crescita del 16 percento sull’anno precedente. Conta 4mila ettari di terreni su nove tenute, fra cui Barboursville Vineyards in Virginia.

È grazie a quei 500 ettari sulla East Coast, appartenuti al terzo presidente americano Thomas Jefferson, che Zonin può soggiornare negli Stati Uniti in regime di “visto facilitato”. Sempre negli Usa, la famiglia Zonin ha due ristoranti, di cui uno a New York, oltre a terreni in Oregon. Negli anni scorsi il patron ha anche investito in Sudafrica, terra di vitigni e di fisco favorevole. Anche guardando al complesso delle società di famiglia – che fra il 2012 e il 2014, secondo la Bce, avrebbero ricevuto in media 50 milioni di euro l’anno di finanziamenti da BpVi – Gianni Zonin risulta proprietario di quote marginali. Ha il 5,38 percento di Vinicola Zonin e il 21percento di Mobiliare Montebello.

Resta socio accomandatario di Giovanni Zonin Sas e conserva quote di Gianni Zonin Vineyards Sas. Ma che siano i figli a mandare avanti il wine business, come Gianni Zonin lo definisce, oggi è un fatto. Il ruolo in azienda di Domenico, presidente, e dei fratelli Francesco e Michele, suoi vice, è cresciuto di pari passo con l’impegno del padre in banca. Il peso di Gianni, che al motto “produciamo per tutti i gusti” ha trasformato il podere di famiglia in colosso, va oltre i ruoli formali. «Decide ancora lui», si dice a Vicenza.

E per molti resta una garanzia. Nell’uscita di scena di Gianni Zonin è simbolico il fatto che abbia lasciato la tenuta di Gambellara, dove lavorano 190 dei 700 dipendenti del gruppo. E mentre lui è confinato a Terzo d’Aquileia, confidandosi con il parroco don Pino come raccontato dal quotidiano Messaggero Veneto, proprio da Gambellara il figlio Enrico prova a rassicurare: «Il marchio Zonin è e resterà un valore».

 

 

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