Area ex Macello: un’ingresso non all’altezza di una città UNESCO

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Qualche settimana fa, una pagina del Giornale di Vicenza ha riportato all’attualità Piazza Matteotti stigmatizzando il degrado a cui è ridotta questa importante “porta” della città. Giornale di Vicenza – Mancassola – Area ex Macello
Nel suo commento il giornalista Mancassola sottolineava poi la mancanza di definizione di questo luogo e concludeva dicendo che “servirebbe coraggio, bisognerebbe osare per ridisegnare questo spazio urbano, per restituire un’anima, per costruire un’identità precisa”.
Ricordo, per inciso, che trent’anni fa l’Amministrazione bandì un concorso di idee proprio su questo tema, che rimase poi senza conseguenze come tanti altri concorsi vicentini e di cui si è persa la memoria.
A mio parere parte del problema della definizione fisica e funzionale del luogo è l’ostinata permanenza dell’ex macello (costruzione risalente alla fine dell’ottocento e da molti decenni dismessa e ridotta ad un rudere indecente) sul quale però gravano vincoli conservativi della Sovrintendenza.
Sull’area insisteva nei secoli passati un palazzo Piovene all’Isola definito “probabilmente palladiano” da Cevese, Barbieri e Magagnato nella loro Guida di Vicenza, distrutto da oltre due secoli, di cui ci rimangono modeste tracce iconografiche e, come scrive Barbieri in un recente saggio, “minimi, patetici lacerti” (un tratto di muro laterale con finestra tagliata obliquamente dal tetto di un corpo edilizio addossato ?).
Ma, in realtà, su cosa sembrano esercitarsi i vincoli della Sovrintendenza?
Su pezzi del macello tardo ottocentesco: il muro in pietrame con finestroni, la ”palazzina” con pretenziosa facciata verso l’interno in stile neo tuscanico (al cui piano terra, verso strada, c’è ora un’agenzia turistica) e, limitatamente alle altezze, una tettoia verso il fiume e il Ponte delle Barche; inoltre, vincoli di ingombro sul resto.
C’è da domandarsi che senso abbia imporre la conservazione di elementi architettonici di nessun valore e porre vincoli ad altezze e allineamenti basati su una situazione ereditata da fine Ottocento; situazione che dovrebbe invece essere sottoposta ad una disamina critica senza pregiudizi, tanto più necessaria in quanto il luogo, visto il suo possibile ruolo, merita la massima valorizzazione.
Un’ottica puramente conservativa e ingiustificatamente legata allo status quo, pregiudica, a mio giudizio, la possibilità di progettare una soluzione ottimale, qualunque sia la destinazione.
Un progetto ex novo può non solo inserirsi in modo appropriato nel delicato contesto, ma contribuire significativamente a risolverne i problemi di definizione formale e funzionale, senza che ci si faccia condizionare da pezzi di vecchio muro, da scenografie in stile antico e da linee di gronda e profili coperture di una costruzione ottocentesca fatta per essere un macello.
C’è senz’altro una diffidenza giustificabile verso l’architettura moderna; che però non è solo quella di certe archistars capaci di ripetere indifferentemente cliché di successo dovunque e in qualsiasi contesto si richieda la loro “firma”.
Progettazioni che fanno meno spettacolo, ma accorte e sensibili, esistono: bisogna saperle vedere e, nel caso di un auspicabile concorso, saperle riconoscere e scegliere.

Michele Betterle

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