Associazione Culturale Undici Settembre – Relazione Presidente

Associazione Culturale Undici Settembre
Relazione del Presidente

Villa Cordellina, Montecchio Maggiore (VI)
11 settembre 2017


Cari Amici,

vi do il benvenuto in questa splendida villa messa a disposizione dalla Provincia e dal Comune di Montecchio che ringrazio per questo nostro consueto appuntamento di ricordo ma soprattutto riflessione sul futuro.

Abbiamo organizzato la serata in modo un po’ diverso dal passato, riducendo gli inviti e creando anche l’opportunità di un rapporto più stretto tra chi è interessato all’Associazione. Questo per condividere una analisi della situazione e una visione sulla quale impostare un programma di lavoro per il prossimo anno.

Nel corso del 2017 abbiamo organizzato una decina di eventi, dei quali sette nell’ambito del Festival della Sicurezza, con alcune mattinate al Liceo Lioy dove abbiamo registrato una partecipazione attenta di giovani delle classi quarte e quinte. I protagonisti sono stati alcuni testimoni oculari (reporter di guerra, ufficiali dei Carabinieri e delle FF.AA. con alle spalle numerose missioni, politologi) che ci hanno portato elementi di conoscenza diretti sulle aree a rischio, sui processi migratori e sul traffico di esseri umani che interessa molto direttamente il nostro paese.

Questa sera, grazie all’amico medico Vincenzo Riboni, da poco rientrato da una delle sue consuete missioni africane, sentiremo della situazione in Sud Sudan, una delle aree dove esiste la più grave crisi umanitaria e dove l’instabilità e la violenza sono pane quotidiano.

Presentando questa serata, in una riflessione con i componenti il Consiglio Direttivo, abbiamo individuato tre filoni tematici che condizionano il quadro geopolitico nel 2017 e che, a nostro avviso, dovrebbero indurci a comprendere i pericoli per la sicurezza ma anche la non adeguatezza della gestione politica italiana ma anche europea.

  1. È ora l’Europa a trovarsi al centro del progetto terroristico, la cui matrice è il fondamentalismo islamico.
  2. Ci sono evidenti connessioni con le modalità con cui avvengono i processi migratori e con alcune componenti non trascurabili delle masse in movimento.
  3. C’è una costante tendenza a delegittimare le Forze dell’Ordine proprio nel momento in cui più abbiamo bisogno della Forza Armata.

L’Europa al centro del progetto terroristico

Sul primo punto, è evidente che l’offensiva islamista è sempre più diretta verso l’Europa. L’attentato del 2001 alle Torri Gemelle cambiò la storia presentando al mondo un protagonista militarmente organizzato e con un retroterra culturale legato ad una interpretazione letterale del Corano. In quell’anno, l’attacco al gigante americano ebbe soprattutto un obiettivo di ostentazione della propria capacità offensiva, e di dimostrazione del consenso presso il proprio popolo.

A chi, con una visione ottimistica sull’entità del consenso verso le azioni terroristiche, parlò e parla tuttora di piccole minoranze isolate, va ricordato che le immagini dal mondo islamico ci mostrarono milioni di persone gioire pubblicamente.

Ma, in realtà, non è l’America il bersaglio principale. Come è emerso progressivamente negli anni successivi, e soprattutto nell’ultimo anno, questo terrorismo ha come centro l’Europa in quanto simbolo di un confronto storico con la Cristianità.

Le preghiere dei militanti del califfato riportano alle grandi offensive di penetrazione dell’Europa dei secoli passati: dalla Spagna prima dell’anno Mille e successivamente dai paesi balcanici alla fine del 1.300, quando le armate del sultano arrivarono fin sotto le mura di Vienna per poi regredire sconfitte in una lunga ritirata conclusasi agli albori del ‘900.

Offensive fallite ma che un pezzo consistente del mondo islamico vuole riprendere perché ritiene tutto ciò un mandato imperativo del Corano che si riassume nella prima Sura con l’invocazione ad Allah a sterminare i nemici – gli ebrei – e a sottomettere coloro che sono in errore- i cristiani.

Sappiamo bene che non tutti gli islamici condividono una concezione radicale, ma è altrettanto evidente che tutto il terrorismo indiscriminato che oggi ci circonda si richiama all’ISLAM. E, nello stesso tempo, constatiamo che la reazione indignata verso le interpretazioni violente è decisamente insufficiente. In quel mondo vedo tre grandi aree:

  • il fondamentalismo violento che tifa per il Califfato (minoritario per fortuna);
  • il fondamentalismo strisciante composto da coloro che non mettono bombe ma che intendono riprodurre qui in Italia e in Europa comportamenti fondamentalisti nella vita quotidiana. Ne ricordo solo la punta dell’iceberg: il trattamento delle donne;
  • l’indifferenza, dove si trovano tiepide condanne, sottili distinguo, con poche eccezioni di impegno concreto per una modernizzazione dei comportamenti delle comunità islamiche con l’accettazione delle libertà fondamentali delle democrazie.

Certamente la gran parte delle persone di religione islamica (che conosciamo anche qui a Vicenza) cerca di operare in pace, di lavorare, di non aderire ad organizzazioni violente. Ma francamente anche questa parte manifesta una grande indifferenza per ciò che accade e, a parte alcuni gruppi minoritari ben integrati, non considera suo dovere un impegno costante contro il fanatismo e per il rispetto dei principi giuridici e sociali del paese che la ospita.

Dopo ogni attentato, insieme alle emozioni e al dolore per le vittime, confesso che provo altri sentimenti. Irritazione per l’ossessiva ricerca del politically correct che porta alle sottovalutazioni, ai distinguo, alle minimizzazioni che in modo sottile vengono avanzate per evitare di denunciare l’origine di questi attentati che è a tutti chiarissima.

Cito ad esempio il commento a caldo di alcune autorità subito dopo l’attentato di Barcellona: “Bisogna verificare se si tratta di terrorismo islamico o di altra origine”, quando è chiarissimo il fatto che l’odierno terrore islamista ha caratteristiche profondamente differenti da ogni altro movimento politico che ha utilizzato forme di aggressione violenta in Europa (ETA, IRA, Brigate Rosse, ecc.).

Le azioni del fondamentalismo islamico puntano a distruggere ogni ambito della vita sociale e religiosa occidentale: strutture politiche, finanziarie, chiese, ma anche scuole, bar, luoghi di vacanza come una spiaggia, giornali, e ora le strade più affollate. In pratica, tutto ciò che rappresenta una modalità di vita libera, socializzante. Il cuore dell’attacco è la libertà di vita e di pensiero che caratterizza il progresso delle nostre democrazie.

Da questo punto di vista, c’è una ipocrisia diffusa nella politica e nella cultura: attenzione a non urtare la sensibilità religiosa delle comunità islamiche presenti, senza avere il coraggio di pretendere un loro impegno concreto sia contro le fazioni che praticano il terrore sia anche contro chi attenta ai diritti sacri sanciti dai nostri ordinamenti costituzionali.

Esempio veramente illuminante quello della bambina cristiana data in affido temporaneo a due famiglie islamiche della Gran Bretagna, la quale si è vista subito sottrarre il crocefisso; impedire certi cibi; avviare ad un indottrinamento irrispettoso del suo essere cristiana.

Di fronte a tutto questo, non copriamo gli occhi e non ripetiamo l’errore che le democrazie liberali dell’Europa fecero nei confronti della terribile vicenda hitleriana, nascondendosi la realtà di fronte ad una minaccia concreta che incombe sull’Europa (e non solo) e che richiede invece la rivendicazione orgogliosa della nostra identità, dei nostri valori di libertà.

Il secondo aspetto che influisce sul quadro geopolitico è il fenomeno migratorio.

Non c’è una opposizione ideologica ai fenomeni migratori in sé, perché i migranti non sono tutti uguali e noi abbiamo da anni molti stranieri operosi che sono ormai cittadini di Vicenza. Non ci può essere alcuno spazio a visioni xenofobe. Ma, se guardiamo agli ultimi anni, dobbiamo esprimere una forte critica alle modalità caotiche, prive di controllo e selezione, senza la possibilità di collegare accoglienza e posti di lavoro.

Quella alla quale stiamo assistendo non è una migrazione governata, dove i flussi sono sotto controllo quantitativo e qualitativo. Se esaminiamo con estremo realismo i dati degli arrivi non possiamo non constatare che solo in minima parte essi riguardano una fuga dalla guerra. In parte ben maggiore, lo confermano i dati delle commissioni di valutazione anche a Vicenza, siamo in presenza di una fuga di chi ha più possibilità, che lascia i più poveri e indifesi, e che alla fine danneggia anche i paesi di partenza perché li priva di risorse giovani che dovrebbero lottare per il cambiamento nei propri paesi. E triste ma la parte denutrita e più sofferente dell’Africa non ha nemmeno la possibilità di immaginare una migrazione che richiede pur sempre un forte investimento finanziario. E purtroppo tutto ciò passa per intermediari criminali con organizzazioni armate che lucrano sulle speranze della gente.

Le comparazioni con nostri fenomeni migratori del passato sono spesso viziate da una cultura superficiale, che parte dal pregiudizio buonista secondo il quale tutto va accettato come espiazioni di colpe storiche dell’Europa. Ma chi sostiene questa linea è fautore di una prospettiva distruttiva non punta al miglioramento delle condizioni di sviluppo dei paesi africani ma ad una condivisione della povertà. Prospettiva semplicemente folle.

Le nostre migrazioni, dolorosissime per chi doveva lasciare il proprio paese, avvenivano con flussi rigidamente controllati, e si dirigevano verso aree che attuavano programmi di popolamento o di sviluppo industriale, e dove chi migrava non contestava lo stato di diritto esistente nel paese ospite.

L’accoglienza indiscriminata, massiccia, eterogenea, che non trova poi sbocco in posti di lavoro ma in hub dove si rischia di oziare per anni, diventerà fatalmente un serbatoio di rancore, una mina vagante, una palestra di formazione che rischia di rinforzare vari tipi di criminalità.

Il terzo aspetto che il 2017 ha posto alla nostra attenzione: autorevolezza militare

Terrorismo, traffico di esseri umani gestito da organizzazioni criminali, schiavisti che gestiscono la prostituzione sono aspetti ormai quotidianamente sotto i nostri occhi. Come fronteggiamo questa situazione?

Servono politiche, aiuti ai paesi poveri per creare opportunità che hanno tempi non brevi. Ma deve essere molto chiaro che il governo di questi complessi fenomeni internazionali non può prescindere dalla Forza militare, di polizia e di intelligence per combattere soggetti criminali che operano in una sorta di cabina di regia degli eventi.

Sento spesso anime belle invitare al dialogo. Ma, se qualcuno pensa che con tali soggetti si possa instaurare un dialogo, è decisamente fuori dal mondo.

Non è affatto vero che le attuali leggi sono sufficienti a fronteggiare un fenomeno che non è di ordinaria amministrazione se ogni giorno assistiamo a delinquenti che, arrestati con faticose indagini, vengono subito dopo messi in libertà. Non è certo normale perché ciò, oltre tutto, produce una demotivazione degli operatori della sicurezza.

Proprio nel momento in cui più ne abbiamo bisogno, assistiamo ad un continuo processo di delegittimazione della Polizia, dei Carabinieri e delle forze cui abbiamo delegato la difesa delle nostre leggi, della convivenza civile. Gli esempi sono giornalieri.

A Roma lo sgombero dell’immobile in Piazza Indipendenza

La Polizia viene inviata a sgomberare uno stabile occupato da anni (senza che ci fosse la minima reazione delle autorità politiche).

La cosa più grave è che in quell’inferno si creano subito gerarchie di comando, una sorta di bullismo in base al quale alcuni occupanti dettano le regole, danno i permessi di accesso, incamerano le relative tangenti. Un pezzo di paese sul quale la Legge dello Stato ha rinunziato alla sua sovranità, e dove lo sfruttamento è noto e tacitamente ammesso.

Arriva l’ordine di sgombero e, evidentemente, nasce una guerriglia con gli occupanti che gettano bombole sulla testa dei tutori dell’ordine.

Alla fine di cosa si parla? Non del perché per anni lo Stato ha assistito impotente. NO. Ci si accanisce sulla frase di un funzionario di polizia che, tra gli altri, ha anche il compito di tutelare i propri agenti. Frase infelice se fosse stata pronunciata durante una discussione da salotto ma assolutamente comprensibile nel momento in cui stai rischiando la pelle.

A Vicenza.

Risse e spaccio nei parchi sono ormai eventi giornalieri.

Qualche giorno fa nel parcheggio di via Rossi, in zona Ferrovieri si affronta una decina di stranieri, e spunta addirittura un machete (come sia possibile che nei siti di accoglienza nessuno se ne sia accorto è un mistero!).

Il punto è che si tratta di persone in attesa di ricorso per la richiesta di asilo rifiutata.

La scena è stata ripresa dalle telecamere e abbiamo visto migranti che non si fermano nemmeno all’arrivo delle pattuglie e che sotto gli occhi degli agenti hanno continuato a lottare.

Ci sono miglia di persone giovani e in salute che dovrebbero essere nel proprio paese a cercare di cambiare le cose e sono invece parcheggiate qui senza alcun ruolo, che trascorrono la giornata con il cellulare in mano, …. Alcuni sono criminali già alla partenza, altri lo diventeranno, altri ancora si convinceranno che qui le cose funzionano così e che lo Stato deve pensare a tutto.

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Un ultimo accenno ad alcune componenti della nostra società il cui buonismo manifesta una solidarietà un po’ strabica. Anche da un punto di vista della solidarietà intrinseca nella nostra cultura cristiana, è difficile comprendere il buonismo verso una invasione migratoria, svincolata da giustizia ed equità, priva di regole e di condizioni e dettata da un cosmopolitismo suicida.

Ci sono ambienti politici ma anche religiosi che sembrano concepire una solidarietà che trascura il prossimo al quale siamo legati per jus sanguini, con il quale si condividono cultura, religione, storia nazionale. Ambienti che non alzano un dito quando si tratta di ricordare le migliaia di cristiani che in aree a dominanza musulmana vengono trucidati per il solo fatto di essere cristiani.

Di fronte a questa situazione possiamo almeno porre dei limiti e pretendere che chi arriva accetti, senza condizioni, il nostro ordinamento giuridico, la cultura dei diritti, quella del rispetto della donna, la Carta Universale dei Diritti dell’Uomo?

Possiamo porre dei limiti per evitare di accogliere almeno chi minaccia di distruggerci?

Per noi italiani la solidarietà è un grande valore ma per far sì che essa non produca un rigetto della nostra gente, dobbiamo porre delle condizioni perseguendo la pace nella sicurezza. Per questo non possiamo coprirci gli occhi di fronte al quadro geopolitico che si presenta davanti a noi sul finire di questo 2017.

E non è un quadro rassicurante, soprattutto perché non si vuole prendere atto che dobbiamo adeguare strutture e regole per fronteggiare un passaggio oscuro della nostra storia. È sconsolante, e anche un po’ irritante, dopo ogni attentato, il richiamo a continuare a vivere come se nulla fosse.

Se giriamo per Vicenza vediamo barriere in cemento, contenitori di plastica pieni di acqua, che dovrebbero essere anti attentato e che sono in realtà patetici strumenti di una dissuasione impossibile, testimoni solo del fatto che non siamo in tempi normali. Siamo in tempi che richiedono una consapevolezza nuova.

L’Associazione “11 Settembre” cercherà di rappresentare queste preoccupazioni operando per fronteggiare una deriva culturale che rischia di farci arretrare. Lavoreremo anche per sostenere tutti i nostri concittadini, molti dei quali in divisa, che oggi sono in prima linea per garantire un cammino di pace nella sicurezza.

Ubaldo Alifuoco

Vicenza, 11 settembre 2017


 L’11 settembre 2017, nella bella cornice di Villa Cordellina Lombardi, l’Associazione culturale “11 Settembre” ha ricordato il tragico attentato alle Torri Gemelle di N.Y.

L’evento, cui hanno partecipato circa 150 vicentini rappresentativi di istituzioni e associazioni culturali, ha assunto le forme non solo celebrative ma di un convegno in cui si è entrati nel merito dei temi che condizionano il quadro geopolitico attuale. In particolare: l’Europa al centro del progetto terroristico dell’Islam radicale; le connessioni con le modalità del processo migratorio in atto; la delegittimazione delle forze dell’ordine nel momento in cui è più importante il loro apporto.

Dopo l’11 settembre 2001, che servì a dimostrare la forza militare delle fazioni armate dell’Islam, un po’ alla volta si è chiarito il progetto dei fondamentalisti: ricercare nella conquista dell’Europa una rivincita storica e abbattere una comunità fondata sui principi di stato di diritto, di libertà, di dignità della donna. L’Europa deve quindi ritrovare in se stessa la forza di combattere una guerra asimmetrica dove i suoi principi di tolleranza non divengano arrendevolezza e rinuncia a difendere la propria identità.

Le migrazioni sono un fenomeno positivo solo se avvengono dentro un quadro di reciprocità degli interessi, di assoluto rispetto delle regole giuridiche e culturali del paese accogliente. L’accoglienza indiscriminata, senza giustizia e controllo, come quella che sta travolgendo le nostre città, rischia di tradursi in numerosi pericoli. Prima di tutto questa modalità non consente di aiutare e combattere le vere povertà che coinvolgono comunità dell’Africa e dell’Asia, incapaci di programmare migrazioni e che sono tuttora al centro di vessazioni incredibili. In secondo luogo, senza un controllo rigido e senza l’accettazione delle regole di civiltà di chi ospita, gli ingressi provocano tensioni nella popolazione che si tradurranno in uno scontro sociale di grande portata. Infine, un’accoglienza che non si completa con possibilità di lavoro crea masse di sbandati che prima o poi andranno a rinforzare una criminalità che ormai è il vero fenomeno sovrannazionale.

In un contesto così complesso, dominato da terrorismo e criminalità comune internazionalizzata, il ruolo delle forze dell’ordine e delle forze armate è fondamentale. Incomprensibile è quindi la tendenza a una costante delegittimazione degli operatori della sicurezza e a una grave inefficienza della macchina giudiziaria.

L’Associazione “11Settembre” vuole condurre una costante battaglia di sensibilizzazione sul piano culturale.